Corno di unicorno

Il corno di unicorno, noto anche come alicorno, serve come antidoto per veleni. Lo storico greco Ctesia ci racconta di coppe ricavate da questo materiale usate dai ricchi indiani per proteggersi dall’avvelenamento durante i banchetti. Pare che anche l’inquisitore Torquemada e Papa Bonifacio VIII avessero degli alicorni e che li usassero proprio per evitare di bere pozioni mortali. Quello di Elisabetta I d’Inghilterra giaceva invece inutilizzato nella wunderkammer reale.

Leibniz, il matematico tedesco che inventò gli studi di funzione e gli integrali, non credeva agli unicorni. Cambiò parere dopo averne viste le ossa rinvenute in una cava in Germania e montate dal sindaco di Magdeburgo. La cava si chiama “cava dell’unicorno” ed è visitabile ancora oggi.

Ormai sappiamo che gli unicorni descritti da Marco Polo nel suo diario sono in realtà rinoceronti di Giava e che in molte wunderkammer (come quella dell’Università di Pisa) quelli spacciati per alicorni sono denti di narvalo. Talvolta però capita che nascano capre con un solo corno e nel 1933, all’università del Maine, riuscirono a modificare chirurgicamente le corna di un toro, impiantandone uno solo al centro della fronte. Non è quindi impossibile che quelli rappresentati nei bestiari medievali, con zoccolo fesso e barbetta, fossero veri unicorni.

Se volete toccare con mano un alicorno e constatare che i corni di unicorno si avvolgono in spirali sinistrorse mentre quelli di mini pony sono destrorse, venite a trovarmi allo stand del draghile ambulante.

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