Elliot, il drago invisibile – recensione

Il drago invisibileVola come un ornitorinco, parla come Chewbacca, è peloso e asociale. Elliot, il drago verde, è un remake annacquato di E.T.

Il pelo, innaturale per un drago ma sdoganato da Falkor, il fortunadrago della Storia infinita, serve a creare empatia tattile da mammiferi quando non ci si riesce altrimenti. In E.T. non serviva il pelo per affezionarsi: la pelle grigia e grinzosa non era di ostacolo e la repulsione iniziale veniva superata dalle azioni. Qui no, i mostri amici dei bambini devono essere indiscutibilmente morbidosi e giocherelloni e probabilmente un pupazzetto peloso si vende meglio di uno squamato. I dentini sporgenti, di cui uno rotto, continuavano a ricordarmi che gli orchi di Warcraft ne avevano di migliori. Le quattro zampe, il decollo verticale e l’atterraggio in una foresta fitta fitta senza smuovere una foglia mi fanno fremere le narici. Problemi miei, lo so, lo so.

elliot drago invisibileAnalizzerò la storia dal punto di vista del drago, per mia deformazione professionale: si parte con un individuo solitario che si prende un cucciolo d’uomo per giocarci e le cose vanno bene fino all’emersione dell’identità di specie, che introduce la tensione a ricongiungersi ai propri simili.
Elliot accetta la diversità di Pete, si tira indietro ma reagisce quando il libro del cucciolo d’uomo viene preso. Difende un ricordo altrui, anche se abbandonato in una tana ormai vuota, e finisce in mano ai (moderatamente) cattivi. Da qui il parallelo con E.T. è preciso: i due amici vengono separati, l’umano ospedalizzato, l’altro è pronto per essere reso fonte di profitto. Si fugge, si vede l’unica fiammata degna di un drago che avrebbe risolto facilmente situazioni precedenti e infine si constata l’impossibilità di vivere insieme e ci si dice arrivederci (addio sarebbe troppo triste). C’è anche la bici con il cestino.
Manca tutto il pezzo in cui Elliot ritrova i suoi simili, spiega loro come mai non si è fatto vedere per sei anni, si scusa per non aver dato notizie ecc…

Alcuni elementi mi suonano iperprotettivi: il risalire in auto dopo aver perso i genitori in un incidente che non evoca brutti ricordi, si sparano tranquillanti invece dei proiettili veri, si taglia un bosco ma non l’albero dove sta il gufo e i cattivi si pentono subito. Insomma, ci sono le premesse per emozionarsi ma sono smorzate, imbottite, edulcorate, sprecate dalla melassa.
Salvo Robert Redford, a cui un breve incontro con un drago ha cambiato la vita, rendendola davvero magica. Come la mia.

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