Pistrice, un classico drago marino

La pistrice è un mostro marino che nuota nel corteo di Nettuno accompagnando sirene e tritoni.

Pare che in origine la bestia marina che si mangiò Giona fosse una pistrice (poi iniziarono a dire che si erano sbagliati e che era stata una balena ma questa è un’altra storia). In questo sarcofago romano del IV secolo si vede sulla sinistra una barca da cui stanno buttando a mare un uomo, con la pistrice in attesa di mangiarselo. Giona sapeva che la terribile tempesta che rischiava di far colare a picco la barca era causata dall’ira divina nei suoi confronti. Dio non aveva gradito la sua disobbedienza quando si era rifiutato di andare a predicare a Ninive dove si venerava Ishtar praticando la prostituzione sacra. Giona decide quindi di salvare l’equipaggio e abbandona la nave, finendo in bocca al pesce. Passerà tre giorni nel ventre del pesce, pregando, prima di essere vomitato sulle spiagge di Ninive. Da notare che Ninive sorge sulla riva sinistra del Tigri, centinaia di chilometri nell’entroterra, un viaggio un po’ scomodo per un mostro marino a meno di ipotizzare una parentela coi salmoni che risalgono i fiumi controcorrente.

Sulla destra del bassorilievo, ovvero in un tempo successivo alla scena di prima, vediamo Giona uscire illeso dalle fauci canine della pistrice e strisciare verso il suo dovere, ovvero una fanciulla ignuda graziosamente adagiata in un giardino di delizie. So che ve lo state chiedendo, sappiate che gli abitanti di Ninive lo ascolteranno e si convertiranno, lasciando Giona (che avrebbe voluto assistere alla distruzione della città) di nuovo molto contrariato con Dio.
Vi prego di notare la spettacolare somiglianza di questo bassorilievo con il biscione visconteo che tiene tra le fauci una figura umana illesa.
Il sarcofago è conservato alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen.

Qualche secolo prima, in una villa di Posillipo, la pistrice veniva rappresentata meno addomesticata. Il musetto canino di prima ben si adatta a un mostro marino che obbedisce al volere divino mangiando, senza masticarlo, un boccone per poi risputarlo a comando.
Nel primo secolo la pistrice aveva invece muso da rettile, molto simile a quello di un alligatore, zoccolo bifido e orecchiette alla Sreck. La sua docilità appare fuori discussione: viene cavalcato da una nereide, con monta all’amazzone, senza difficoltà.
Non mi è chiaro che cosa se ne faccia delle due zampe davanti. Sono troppo lunghe e troppo sottili per il nuoto, inadatte alla deambulazione sulla terraferma per via della coda che striscerebbe, potrebbero forse servire da richiamo durante i rituali di accoppiamento come la chela del granchio violinista? Oppure la pistrice a quei tempi viveva rintanata nelle anfore delle navi affondate come un gigantesco paguro e usava le zampette per spostarsi? Giuro, non mi capacito.
Se volete provare a cimentarvi con questo mistero, potete rimirare la statua al museo archeologico di Napoli.

La pistrice che si vede nei mosaici del duomo di Ravello (del 1100) ha mantenuto le fauci canine, le orecchie sono a punta, le zampe non ricordano più quelle di un cavallo, hanno unghie da predatore, lunga coda squamata e sono comparse le ali. Sì, ovvio, anch’io sto pensando quello che pensate voi: una viverna!
Pare che l’evoluzione delle pistrici abbia fatto un balzo enorme attorno all’anno Mille.

Foto sarcofago | Henk Bekker

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