Araldica del biscione dei Visconti

Lo storico francese Michel Pastoureau espone una interessante versione dell’adozione del biscione come arma dei Visconti. Pastoureau dice che potrebbe essere stata in origine un’arma parlante, ovvero un’insegna contenente un’immagine riferita al luogo di provenienza della famiglia. Pastoureau cita una “Anguaria” di cui non ho trovato traccia, ma che suppongo essere Angera, da cui il biscione (anguis significa serpente/drago in latino, da cui anche anguilla).

La difficile localizzazione di Anguaria potrebbe venire da un errore di traduzione: Patoureau cita infatti gli atti del VI convegno internazionale d’araldica “le cimiere: mythologie, rituel, parenté, des origines au XVI siecle” tenutosi nell’ottobre del 1989 a La Petit-Pierre e pubblicati a Bruxelles nel 1990. Non ho idea di come un francese possa pronunciare “Angera” e di come un altro francese possa trascrivere quel che ha sentito, ma immagino che possano esserci dei problemi.

Alcuni secoli dopo l’adozione delle arme, molti nobili italiani iniziarono a vergognarsi di questi giochi di parole, esibiti ancora tranquillamente a nord delle Alpi, e presero a riscriverne l’origine. Le versioni in circolazione sull’adozione del biscione dei Visconti sono molte: oltre all’uccisione del drago Tarantasio, all’eredità del tesoro longobardo di re Desiderio e alla vincita delle arme ad un saraceno in Terrasanta, nel 1400 circola la storia di Bonifacio, signore di Pavia impegnato nelle crociate, di sua moglie Bianca, figlia del duca di Milano e del loro bambino. Il pargolo viene rapito dalla culla e inghiottito da un enorme serpente. Il padre, di ritorno dalla guerra, insegue il mostro, lo sfida a duello e gli fa vomitare il figlio ancora vivo.

Il biscione nello stemma blu qui sopra non ha i denti. I denti velenosi delle vipere non sono fissi, ma si ripiegano quando l’animale chiude la bocca. Dovrebbero vedersi bene quando la vipera apre la bocca per mordere. I draghi, a differenza delle vipere, hanno tutti i denti fissi. Se nello stemma fosse rappresentato un Tatzelwurm, ovvero il biscione-drago come noto nelle regioni tedesche delle Alpi, dovrebbero anche in questo caso vedersi i suoi denti. Il fatto che non si vedano, stando alle regole araldiche del Trecento, può essere segno di infamia, come per il leone “nato morto“. L’infamia potrebbe aver colpito un solo membro della famiglia Visconti e non essere stata ereditata. Dal 1395 in poi lo stemma si può fregiare di una corona ducale e di denti, segno di ritrovato prestigio.

Il biscione visconteo ha le orecchie. I serpenti non le hanno, mentre i draghi medievali le hanno grandi e simili a quelle dei mammiferi. I draghi venivano spesso scolpiti nel mondo classico con padiglioni auricolari simili a quelli dei cavallucci marini, usanza che oggi pare tornata di moda e si ritrova in molta grafica e nelle miniature fantasy. Tornando al nostro biscione, le orecchie servono per ascoltare e la loro presenza è anche segno di intelligenza. Chi ascolta può imparare e chi ascolta può anche parlare.

Il mostro dei Visconti viene talvolta rappresentato crestato, come nel caso del comune di Angera (su scudo giallo). I denti di sega sono un attributo che indica cattiveria perché con la sega si possono tagliare i boschi di frodo, in silenzio, mentre la scure e l’accetta a filo liscio sono giudicate strumenti dell’onesto tagliaboschi. Un mostro con cresta a dente di sega è quindi cattivo, per i parametri in uso a quel tempo.

La figura umana ingollata dal biscione era originariamente un uomo “di carnagione” e il sottinteso era che fosse scura, ovvero un moro/saraceno. Sembra strano che un Visconti possa averle vinte ad un vero saraceno (il Voluce della leggenda) durante una Crociata. Non ha senso che un saraceno porti come insegna un biscione che si mangia un uomo scuro, vista anche la proibizione musulmana di rappresentare la figura umana.

Nel medioevo si sapeva che solo chi non aveva armi proprie e sconfiggeva un nemico di ben più alto grado ne poteva assumere le armi. Ammettere di aver vinto quelle insegne significava quindi, implicitamente, ammettere di venire da una famiglia ignota e non di discendere da Enea, come invece piaceva dire ai Visconti. Prima del 1100, le arme di famiglia erano uno scudo d’argento alle sette corone d’oro.

In altre descrizioni, forse per meglio adattarsi alle leggende fatte circolare ad arte dai cronisti domenicani, la figura ingollata non è un saraceno ma un bambino, pronto per essere salvato. Nel simbolismo medievale la nudità rappresenta l’innocenza. Il serpente mangia un essere indifeso e questo ne sottolinea la cattiveria. Il mostro deve essere grosso e cattivo affinché, per contrasto, il cavaliere che lo vince sia buono e valoroso. Questo si addice perfettamente alla leggenda creata attorno ad Uberto Visconti, uccisor di draghi amato dal popolo grato.

La figura umana nuda tra le fauci del biscione viene letta anche come “nascente” dal serpente ctonio. Potrebbe essere una evoluzione della storia biblica di Giona, vomitato sano ed integro dalla balena, come rappresentato in Sant’Ambrogio, pronto per iniziare una nuova (più santa) vita. La balena non ha denti (non fidatevi delle statue fatte da artisti che non ne hanno mai vista una!).
Sempre in Sant’Ambrogio è conservato il serpente di Mosè, biscione attorcigliato che potrebbe essere all’origine dell’emblema visconteo, corretto nella posizione da “passante” come la statua a “in palo”.

Il problema della cattiveria del drago viene anche dal motto dei Visconti “vipereos mores non violabo” che in latino significa “non violerò le usanze dragonesche”. Se sono tradizioni da non violare, dovrebbero essere buone e rispettabili. Il biscione è quindi buono e custode di saggezza? Il drago araldico rappresenta virtù come la fedeltà e il valore militare. L’umano non è ferito, i denti del drago non sono inseriti nella sua carne, non lo sta quindi masticando. In araldica gli animali “feriti“, ovvero trafitti da armi, di solito non sanguinano, ma si vede il buco nelle carni. In questo caso il drago non morde.
Inoltre, il biscione è rappresentato con la testa di profilo, cosa che in araldica contraddistingue le bestie “buone”, mentre quelle cattive mostrano il volto di fronte, come se stessero per attaccare l’osservatore.

Altro segno che il drago sia buono, è il colore blu in cui viene rappresentato. Il blu era considerato un colore caldo, nel medioevo, perché associato all’elemento aria “calda e secca”. In particolare, sempre secondo Pastoureau, era il colore per eccellenza che calmava e stabilizzava. Il rosso era l’azione violenta, il giallo l’eccitata trasgressione, il verde ciò che rompe e separa. Insomma, un drago blu è un drago che infonde sicurezza.

Bonvesin de la Riva dice che fu la città di Milano a offrire queste insegne alla famiglia Visconti, io ho scritto che fu un drago chiaro, venato d’azzurro, a imporre al giovane Azzone Visconti di non stravolgere l’educazione dei cuccioli di drago che aveva rubato nel mio romanzo fantasy I draghi dei Visconti.

Concludo con una curiosità naturalistica: il genere Anguis è quello dell’orbettino, un rettile argenteo senza zampe a forma di serpente. Come le lucertole, l’orbettino può perdere la coda per salvarsi. Non ha denti velenosi e non può disarticolare la mandibola come i serpenti, per cui le sue prede sono piccoli insetti, lumache e lombrichi. Generalmente è lungo 35-40 cm, può vivere fino a 50 anni.

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