Giochi pericolosi



Distopia:

Illegalità:

Allucinazioni:

«Cazzo, maledetti uccelli di merda!» Mirco diede un calcio all’asta telescopica di tre metri che aveva montato vicino all’auto in panne. Erano passati già quindici minuti ma nessun corvo-celere si era posato sul trespolo in cima. Bastava passare le cancellate per mettere piede fuori città e quei fottuti uccelli sparivano. Le probabilità che passasse una pattuglia cominciavano a crescere.
«Fanculo!» armeggiò coi comandi alla base e il sottile cilindro si alzò di altri due metri. Adesso l’asta produceva un sibilo cupo a ogni oscillazione. Meno di due minuti e il peso di un falco-freccia la fece abbassare ad altezza uomo: due piccole morse si erano chiuse sulle zampe del rapace e una bobina di nastro magnetico, fissata sul dorso, si era messa a girare.
«Merda, un blu!» Mirco sputò per terra, vedendo il colore con cui erano state dipinte le ali: lui era dei quartieri rossi, usare un blu gli sarebbe costato quasi il doppio.
«Statale 12, chilometro 6 o, che cazzo, da quelle parti. Serve un carroattrezzi.» Strattonò un tirante e l’asta schizzò verso l’alto sparando il falco nel cielo.
«La ringraziamo per aver scelto il servizio blu celere fal…» La voce registrata si perse nel vuoto.
«Scelto, certo. Fanculo!»

Il carroattrezzi ci aveva messo un’eternità ad arrivare e l’autista, un catalogo ambulante di tatuaggi osceni che copulavano tra loro assecondando le contrazioni muscolari, non aveva fatto domande quando gli aveva chiesto di viaggiare nel retro con l’auto e lo aveva scaricato in officina per partire subito verso un altro sfigato.
«Siete fuori di testa, il recupero costa quasi quanto la riparazione!» Mirco fissava le cifre che si scambiavano di posto oscillando pericolosamente sui bordi del foglio sporco d’olio che il ragazzo dell’officina gli aveva buttato sotto il naso.
La sua lingua saettava dentro e fuori dalla bocca mentre parlava.
«Signore,» scatto di lingua «è lei che ha scelto» di nuovo «di chiamare un falco-freccia di un altro settore. Se» eccola «non voleva pagare il servizio» rieccola «rapido poteva aspettare» puntualissima!
Mirco si riprese dall’effetto ipnotico della lingua e fissò l’orologio dietro al ragazzo: la lancetta dei minuti aveva appena finito di discutere con il tre. Tardissimo, rischiava di trovare i cancelli intermedi chiusi, merda! Tirò fuori una mazzetta di banconote e la sbatté sul tavolo «Fanculo.» Afferrò la ricevuta, recuperò il pacco che aveva nel bagagliaio e uscì.
«Comunque, qualunque cosa ti fai, stai esagerando.»

Mirco scese dalla metropolitana pneumatica, evitò la mobile a cremagliera dove un controllore stava passando tutti al setaccio, correndo su per le scale, camminando a passo sostenuto. Si sentiva carico di energia e accelerò ulteriormente l’andatura per coprire i due chilometri che lo separavano da casa. Avrebbe potuto scendere a una fermata più vicina, ma c’era sempre qualche poliziotto. Ogni volta che alzava gli occhi al cielo, quando l’ombra di uno dei dirigibili di controllo lo costringeva a spostarsi per tornare al sole per il freddo che gli gelava il sangue, tirava fuori la cipolla e imprecava mentre riprendeva fiato.

Il figlio dell’orologiaio gli sfrecciò a fianco, mancando di un soffio lui e la lunga fila di torpedo parcheggiate lungo il marciapiede, col segway che sbuffava vapore verdastro dalle canne verticali.
«Se lo beccano i Gendarmi il padre avrà una bella multa, quella cosa che fa bruciare non fa un bel colore.» La voce della signora Alluti lo sorprese da pochi centimetri dietro il collo.

A Mirco, che aveva pronto un insulto per il ragazzino, andò di traverso la saliva e cominciò a tossire fino alle lacrime. La Alluti fissava il suo tormento immobile, inclinando la testa a destra e sinistra.
Fottuta vecchia.
Mirco cercò con lo sguardo il cilindro… eccolo corredato di regolare marchio di cerficazione, sulla nuca, dietro al terribile cappello decorato con le piume strappate dal culo di uno struzzo da parata. La lumaca all’interno del cilindro, immersa in un gel indaco, si stava contorcendo per lo sforzo e il tubicino trasparente, protetto per tutto il tragitto esterno da una molla di rame, portava il prodotto raffinato al grosso ago d’argento che si piantava nella vertebra cervicale.
«Non dovrebbe usare gli indotti DNA alla sua età. Se le scoppiasse il cuore in mezzo alla strada poi dovremmo pulirla noi tutta quella merda» Recriminò alla fine dopo aver sputato un grumo di catarro e saliva che prese la forma di un gatto e scappò via.
«Sciocchezze, siamo di un’altra pasta noi, non come voi giovinastri. E poi sono abituata all’Essenza di gatto, la ritiro ogni settimana in farmacia. Anni fa, io e i miei dodic… »
Mirco se ne andò lasciandola ai suoi ricordi e ai suoi privilegi geriatrici, scostando la fascia di cuoio che gli copriva metà del viso per grattarsi. Ovvio che riuscisse sempre a spaventarlo, quella vecchia si inoculava DNA felino da chissà quanti anni, ormai era silenziosa come loro, avrebbe scommesso che si puliva il culo leccandolo!

Svoltò a destra, mostrando ai controllori dei cancelli la sua carta di identità, e si diresse verso il portone, evitando la zona d’ombra prodotta dai chioschi abusivi installati in pianta stabile davanti al suo palazzo.

Salì le scale fino al sesto piano con il sudore che gli imperlava la fronte e infilò la mano all’interno della serratura, ruotando il polso, in modo che il bracciale si accoppiasse col mandrino della porta. Il piccolo ago che avrebbe dovuto prelevare una goccia di sangue invece venne prontamente bloccato da una seconda, non convenzionale, torsione.
«Baby, sono a casa.» Appoggiò il pacco a terra e cominciò a sfilare gli stivali che non ne volevano sapere di staccarsi dalle mani.
«Ci hai messo un’eternità!»
«Non è colpa mia, l’auto mi ha lasciato col culo per terra poco fuori città. Quegli stronzi dell’UPA lo avevano mandato nel deposito fuori città.»
«Potevi evitare e prendere qualcosa di locale, anche se avevi già provato tutto.» La risatina maliziosa di Chiara risuonò negli ottoni del bagno.
«Non fare la stupida, lo sai che sono sotto controllo per disintossicarmi.
»
«Avevo paura che non facessi in tempo per la nostra serata!»
«Tranquilla, ho dato in pasto alla lumaca il nuovo acquisto a dosaggio triplo mentre tornavo.» Mirco controllò lo stato del suo cilindro, scostando quello fasullo fissato al fianco e nascosto da una tracolla tagliata ad arte: il gel era trasparente e la lumaca immobile, troppo immobile, segno che tutto l’indotto era stato raffinato e assorbito a scapito del suo riutilizzo futuro.
Chiara uscì dal bagno slacciandosi il corpetto e, in costume adamitico, si diresse verso di lui, braccia piegate e mani puntate verso il basso.
«Avevo paura che finisse l’effetto!»
«Di nuovo la Mantide Religiosa!» Mirco si strappò la maschera di cuoio che nascondeva le cicatrici dell’ultima volta che avevano fatto quel gioco.
«Ma questa volta ho portato delle amiche speciali.» Chiara si fermò di colpo. Dal bagno due poliziotte irruppero nella stanza, mentre la porta d’ingresso veniva spalancata.
«No, aspettate. Quelle non
sono…»
«Controllate pure la composizione del
preparato: Anolis carolinensis, lucertola della Carolina, per rigenerare!» Chiara indicò il pacco nell’ingresso.

La poliziotta più vicina afferrò Mirco e lo trascinò sul letto a baldacchino.
«Ora stai buono» Prese un paio di manette e le chiuse sui polsi di Mirco.
«Speriamo solo che non si stacchi nulla sul più bello!»

Roberto Romanelli


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