Volo inaugurale



Meccanica:

Sentimento:

Sangue:

Il bulldog scartò e azzannò al collo il corso. La bestia cercò di reagire scrollandoselo di dosso senza altro risultato che imbrattare di sangue e bava le prime file di spettatori. Di nuovo il bull si fece sotto, cambiò presa, riuscendo a tranciare la giugulare dell’avversario. L’uggiolio si udì smorzato dall’ovazione degli astanti.
«È orribile.» Squittì la ragazza, stretta al braccio dell’accompagnatore.
«Già, ho perso venti lire. Sporchi inglesi!»
«Sei deplorevole.» Raccolse lo sbuffo della gonna e si avvicinò all’arena.
«Eva, che fai?»
Non rispose e scavalcò il parapetto. Infilò due dita sotto al collare del cane a terra. Un fiotto caldo le imporporò la destra, trattenne una smorfia di disgusto e continuò a seguire il cuoio del collare. Lo sguardo saettò nella sala solo un istante, poi fece scivolare un portacipria dalla manica e ce lo incastrò sotto. Con uno squittio stonato il cane sbuffò fuori l’ultimo alito.
«Vieni via.» Il suo accompagnatore l’aveva raggiunta, il cappello Panama in mano.
Uno scossone li fece trasalire. «Cos’è?» Sibilò la ragazza cercando di pulire, alla meglio, il sangue dalle mani.
«Turbolenza, sorvoliamo il Tirreno. Tranquilla. La “Regina Elena” è pensata per la guerra. Non precipiterà al suo volo inaugurale.» L’uomo si aggiustò il bavero della giacca elegante. «Parliamo dell’ammiraglia del Regio Esercito, che diamine!»
«Questo lo so, non parli d’altro da settimane. Tuttavia non mi sento sicura.»
Le concesse un sorriso a metà tra la dolcezza e lo scherno. «Donne! Ma lo sai che questa meraviglia sta trasportando duemila persone? Non solo, è equipaggiata con le migliori armi idrauliche in circolazione. La marina inglese cerca da mesi di copiarne i progetti.» Sorrise in modo più marcato.
«Inutilmente, ovvio.»

Un nuovo scossone fece inciampare l’inserviente venuto a recuperare il corpo del cane.
Eva strinse il braccio del proprio compagno e gettò un’occhiata fugace all’operaio. Lo osservò sollevarsi a fatica e riprendere equilibrio. Alcuni bicchieri, a terra, rotolarono verso l’arena. Gli sorrise, la lingua audace tra i denti. Il frastuono cristallino li colse impreparati. Si voltarono verso la finestra panoramica. Tra i vetri infranti e gli orpelli ormai sghembi, si levò un uomo in tenuta da volo. Le ali accartocciate dietro alle spalle e la casacca sahariana piena di sangue. Sfilò il corpetto ed estrasse un fagotto dalla giubba.
«Dio salvi la Regina!» Gridò, mentre le guardie alle porte d’accesso lo crivellavano di colpi. Un grido dal fondo della sala. Eva si lasciò sfuggire un gemito.
Il fagotto rotolò sul sangue di chi lo aveva lanciato. Fischiò qualche istante, poi esplose. Una colonna di fumo nero pece si levò di schianto cozzò contro il soffitto decorato e ricadde a fontana, sui presenti ammutoliti. Ancora frastuono, un’altra esplosione, qualche metro più in basso.
«Ma che diavolo sta succedendo?» Il sorriso, ancora stampato nel volto dell’uomo dal cappello Panama, si perse nella cacofonia degli altoparlanti, all’ordine di abbandonare la nave.
L’aerostato gracchiò e si piegò di lato. Il grido divenne frastuono. Eva si aggrappò al compagno e lo seguì verso il salone centrale. Lo sbuffo niveo di uno sfiatatoio quasi li investì. Si voltò indietro ancora una volta.
«Eva andiamo! È solo un cane.»

L’inserviente afferrò la carcassa, sfilò il collare e ne cavò la scatoletta in argento decorato. Passò il pollice sulle iniziali di lei, con delicatezza.
Raggiunse la sala macchine poco dopo, mentre il dirigibile, in un concerto di fischi, ritrovava la giusta posizione. Gli altoparlanti gracchiavano indicazioni ai passeggeri, quale corridoio seguire, come raggiungere gli alianti di salvataggio. Si diresse al pilastro centrale, superando decine di uomini sudati, intenti ad alimentare la caldaia con poderose badilate di carbone. I manometri ballavano impazziti, tra orpelli bronzei.
Scivolò sotto uno dei bracci del pilastro e raggiunse uno degli uomini che lo facevano ruotare.
«Ho l’esplosivo liquido.»
Il vogatore sorrise, una fossetta si disegnò sul viso.
«C’è riuscita?»
«Come previsto, Dan.»
«Se non fossimo amici te la ruberei.»
«No, se non fossimo amici, proveresti a rubarmela. Ma non ci riusciresti.»

«Che donna. Gli alianti hanno attaccato?»
«Sì, non senti? Stanno evacuando.»
«Meglio, non vogliamo uccidere nessuno. È solo questo mostro che deve cadere. Sono mesi che stiamo dietro ai progettisti. Come diavolo ha fatto un popolo di pizzaioli a creare questa cosa?»
John gli porse il prezioso bottino. «Evidentemente non fanno bene solo la pizza. Ho visto questo titano fare virate tanto strette, che nemmeno un biposto.»
Dan tossicchiò «e non hai visto che diavolo di mitraglie ci sono qui sotto!»
Prese il portacipria «Con un’ammiraglia così, potrebbero fare di tutto. Ora evacuano il personale, vai all’uscita. Dio salvi la Regina!»
Lo aprì e polverizzò il contenuto sul pilastro. La polvere rosata si amalgamò al lubrificante. Luccicò prima di seguirne la rotazione.
Dan si voltò. Il vogatore che aveva alle spalle, ora lo fissava interrogativo.
«Passa parola. Tra dieci minuti dovrete essere lontani da qui.»
«Cosa?» Ma era sparito.

Raggiunse il personale all’uscita di sicurezza. Tra i disperati ammassati contro il metallo, in cerca di salvezza, intravide il suo amico. Un muro lattiginoso li spingeva dalla sala macchine. Corpi sui corpi in un marasma di gambe, braccia. Superò il corpo maciullato di chi era stato calpestato nella fuga. Qualcosa gli bloccò la caviglia. Dan si voltò, un vecchio lo tratteneva per un lembo dei calzoni, le dita piene di sangue, arpionate alla stoffa. Si voltò mentre la massa umana continuava a spingerlo verso il portellone d’uscita, provò ad allungare una mano, ma del vecchio era rimasto solo il rumore delle ossa spezzate. Toccò la spalla di John quasi fosse un salvagente in mare aperto. Nessun aliante per loro, solo due chiatte lanciate in mare, una ventina di metri più giù. Un salto e la speranza di non affogare.

«L’hai vista?»
«No, amico, ma non…» La frase interrotta dallo scatto di John.
A pochi metri da loro l’uomo dal cappello Panama giaceva a terra. Le braccia disarticolate, piegate in maniera innaturale e il volto devastato. John si lanciò su di lui e lo afferrò per il bavero della giacca. Il capo ciondolò all’indietro, quasi fosse distaccato dal collo.
«Dove l’hai lasciata?» L’accento inglese distinguibile, nella concitazione del momento.
«Chi?» Sussurrò l’uomo con un filo di voce.
«La donna che chiami Eva! Dov’è?» Lo scrollò con forza, l’altro balbettò qualcosa, le labbra tremarono e la bocca si riempì di sangue.
«Siete stati voi?» Roteò gli occhi all’indietro. La sclera rossa vibrò un istante, poi più nulla.

Un rumore forte li fece voltare, tutti, all’unisono. Dalla sala macchine un serpente di fumo nero, avvolgeva in spire morbide gli arredi del corridoio. Qualcuno gridò, poi un baluginio scarlatto tinse la sala. «Fuoco!»
Il brusio era talmente forte da coprire il gracchiare degli altoparlanti, poi il fragore. Il boato sovrastò le urla e il perno si fermò. Il dirigibile iniziò a girare su se stesso. Un paio di alianti si schiantarono contro la vetrata della sala grande, appena decollati. I vetri brillarono contro la luna, prima di cadere a pioggia sui superstiti. Il bagliore del fuoco che era appena divampato illuminò una trentina di scialuppe. Centinaia di teste affioravano appena tra i flutti.
John si sporse. Cercò il viso di Eva tra la moltitudine aggrappata alle scialuppe e agli alianti caduti. La chiamò anche, usando il suo vero nome. Dan gli diede un colpetto alla spalla.
«Salta fratello. Lei ce l’ha fatta di sicuro e se la conosco bene è già in salvo. Ti aspetterà a Londra con due coppe di vino rosso e null’altro. Ora salta.»

John prese fiato e saltò.

Polly Russel


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