Il caldo abbraccio di Big Clementine



Introspezione:

Steampunk:

CLANG! CLANG! CLANG!
Il vecchio si scosse violentemente dal suo sopore. Rimasticò un po’ con la bocca impastata di saliva e strizzò gli occhi, tossicchiò più per abitudine che per necessità.
L’aria sapeva di fuliggine, il gigantesco mucchio di carbone con cui nutriva la sua amata era sempre alla destra del suo pagliericcio; accanto, il cuore di Big Clementine pulsava fiammeggiante e sotto i suoi piedi la locomotiva sferragliava sui binari come al solito. Doveva averlo sognato, quel rumore.
Si alzò con fatica trattenendo un verso, reggendosi con una mano alla parete di ghisa per non sforzare troppo la schiena con un movimento brusco. Gli anni passati là dentro avevano deformato il suo corpo, rendendolo curvo e acciaccato nella postura ma forte e muscoloso come un toro sulle braccia.

CLANG! CLANG!
«Apri, vecchio! Non costringerci a sparare.»
Era lui, il vecchio? Rimase un attimo interdetto: quanti anni erano passati da quando aveva incontrato Big Clementine?
BANG! BANG!
«Allora, apri o dobbiamo farlo noi?»
«Ma… chi siete?»
BANG! BANG! BANG! CLANG!

Gli sconosciuti rovesciarono un intero caricatore sulla porta blindata. Chiunque ci fosse dall’altro lato, era meglio assecondarlo prima che danneggiasse le cromature della sua amata. Indirizzò un’occhiata piena d’affetto alle fiamme gialle e rosse del cuore di Big Clementine e s’avvicinò al complesso meccanismo d’apertura realizzato dal genio delle casseforti W. Yale e mai cambiato dal varo della locomotiva. Il meccanismo era stato inserito in seguito al recupero di Big Clementine da un deposito di tecnologia perduta, e all’epoca i giornali ne avevano parlato con titoloni cubitali e strombazzanti: Big Clementine, la locomotiva delle storie sussurrate intorno al fuoco dagli avi colonizzatori, tornava in servizio ancora più corazzata.

Union Jack armeggiò per qualche secondo intorno a pulegge e ruote dentate, poi la monumentale serratura scattò e qualcuno tirò la porta verso l’esterno; una ventata fredda penetrò all’interno e il vecchio tossì: non era più abituato all’aria pulita. Una lama di luce gli ferì gli occhi, abbagliandolo quel tanto che bastava per impedirgli una pronta reazione.

Due figure col volto coperto da un fazzolettone sgargiante e occhiali da deserto entrarono nel locale caldaie e si richiusero il portellone alle spalle. La serratura scattò, le ruote dentate girarono, uno sbuffo di vapore uscì prepotentemente da un pertugio minuscolo. Union Jack si avvicinò ai cardini, accarezzandoli.
«Stai bene amore mio? Non ti hanno ferita, vero?»
Il bandito più basso si avvicinò al vecchio, mentre l’altro lo teneva sotto tiro col fucile.
«Quindi saresti tu Union Jack?»
Il vecchio annuì infastidito mentre controllava che niente fosse stato danneggiato. Il manometro della pressione non segnava sbalzi, la fiamma del suo cuore sembrava più viva che mai. Lo chiamavano Union Jack perché prendendosi cura di Big Clementine, che attraversava il deserto una volta la settimana, teneva uniti i due confini del paese. Era un titolo importante, che solo altri due erano riusciti a conquistarsi prima di lui. Non tutti erano adatti a Big Clementine, e lei era impietosa nella scelta.

«Cosa cercate? La cassaforte sta in coda al treno.»
«Non ci interessa il denaro, noi vogliamo te.»
Union Jack scoppiò in un gorgoglìo più simile al gracchiare di un corvo che a una risata.
«Sono anni che non abbandono la mia amata, ma il mondo dev’essere davvero cambiato se i banditi preferiscono i rottami umani come me ai preziosi.»
Il bandito basso si parò davanti al vecchio, strappandosi il fazzolettone dalla faccia. Jack si bloccò: quel viso… aveva qualcosa di familiare. Sentì un fischio nella testa, più penetrante della voce della sua Clementine.
«Davvero non mi riconosci, papà?»
Il fischio si faceva sempre più forte. Union Jack portò le mani alle tempie, come per reggersi la testa, un macigno che neanche le sue spalle muscolose riuscivano a reggere.
«Io non ho figli, tu menti!»
Il bandito lo guardò, triste.
«Sei tu che menti a te stesso, papà. Da quando la mamma è stata travolta da questa ferraglia, venticinque anni fa. Mi hai abbandonato davanti alle rotaie e sei salito qui “per fargliela vedere a quel diavolo di un macchinista” hai detto e poi la locomotiva è partita e tu non sei sceso.»

Un treno di ricordi si schiantò nella memoria dell’uomo, creando un’onda d’urto che gli provocò un mancamento. Il giovane lo trattenne, guardandolo speranzoso.
«Allora, ricordi? È passato tanto tempo.»
Il vecchio fissò per un istante gli occhi del figlio: erano verdi come le praterie; dentro, gli parve di vedere un se stesso più giovane rotolarsi nell’erba insieme a una ragazza dalla risata argentina. Lei aveva gli stessi occhi.
«Anche mamma si chiamava Clementine.»

Big Clementine fischiò, le ruote ferrate mordevano la prateria macinando chilometri. Union Jack si alzò di scatto, senza badare alla schiena.
«Ti sbagli, l’unica Clementine che io abbia mai amato è questa locomotiva!»
Si divincolò dalla presa e corse verso la fornace, il cuore della sua amata. Vi si gettò quasi a passo di danza, senza urlare.
Morì tirando un sospiro d’amore e sollievo, avvinto nel caldo abbraccio di Big Clementine.
Il bandito più alto abbassò il fucile, preoccupato da un pensiero che sembrava essergli sovvenuto solo in quell’istante. Si avvicinò al meccanismo d’uscita, passando la mano su pulegge e ruote dentate, senza riuscire a trovare una maniglia o un modo per attivarlo. Uno schizzo di vapore rovente sfumò all’improvviso da un pertugio minuscolo, ustionandolo. Big Clementine fischiò, e al bandito parse quasi una risata; rabbrividì nonostante la gigantesca fornace stesse dando il meglio di sé proprio accanto a lui.
«Accidenti! Max, e adesso come usciamo da qui?» ma il più giovane non lo ascoltava: in ginocchio, fissava il cuore della locomotiva canticchiando un motivetto triste

«Oh my darling, oh my darling, oh my darling Clementine…»

Ambra Stancampiano


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Un commento:

  1. Divertente leggerlo “a cipolla”!

Dimmi che ne pensi. :)